Casa per disabili

Casa per disabiliSi chiama “Scuola di vita adulta autonoma” ed è un progetto all’avanguardia, in Italia, per condurre i ragazzi con disabilità verso una vita indipendente. Si tratta di una vera e propria casa, nel cuore di Milano in cui persone con disabilità intellettive o relazionali possono muovere, sotto la supervisione di un’equipe di operatori, i primi passi lontano dalla famiglia, testando la propria autonomia e valutando i percorsi possibili nell’immediato futuro. L’esperienza è iniziata grazie a una sinergia tra non profit ed ente pubblico. Il primo passo l’ha fatto il consorzio Sir (Solidarietà in Rete, network composto dalle coop) che ha acquistato con cofinanziamento della Fondazione Cariplo, l’appartamento dove attivare stabilmente la scuola di vita autonoma.

Da novembre 2010, data di apertura, fino ad oggi, sei persone con disabilità hanno vissuto nell’appartamento. Soltanto una di queste ha interrotto il percorso e richiesto il rientro a casa: lo scopo della scuola è, infatti, quello di porre solide basi relazionali ed emotive per un inserimento definitivo fuori dalla famiglia. All’interno della casa opera un team che copre le notti e valuta la capacità di autonomia degli ospiti: da lavarsi da soli al gestire tempo libero e spazi in comune, fino alla capacità di uscire, utilizzare i mezzi pubblici, recarsi nei luoghi di lavoro o di formazione.
Altro aspetto strategico, per la buona riuscita dell’esperienza, è la composizione del gruppo e la buona collaborazione della famiglia. L’emancipazione è un gioco di squadra, in cui i genitori supportano gli operatori a comprendere punti di forza e risorse, fragilità e spigoli da smussare.

Attualmente è l’assessorato alla Salute di Milano a finanziare la residenzialità nella scuola, attraverso una copertura economica giornaliera di 50 euro per ogni disabile inserito; le famiglie concorrono al supporto con una quota di 10 euro al giorno.

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Accoglienza immigrati

L’accoglienza che non t’aspetti la trovi nei paesini di tutta Italia. Dai semplici cittadini ai sindaci, dai preti ai pensionati: anche se i tg mostrano solo immagini di proteste, c’è una buona fetta di popolazione che ha aperto le porte ai profughi del Nordafrica e che sta compiendo una gara di solidarietà senza precedenti. A oggi sono 5423 le persone inserite nel Piano profughi del governo gestito dalla Protezione civile sotto la guida del commissario Franco Gabrielli: di questi, 4835 sono fuggiti dalla Libia e sono originari dell’Africa centro settentrionale, 588 sono tunisini con permesso di soggiorno temporaneo. Quasi tutti sono stati prima ospitati in centri di prima accoglienza, poi distribuiti nelle regioni: la presenza più alta è finora in Lombardia, seguita da Campania, Veneto e Piemonte.
Il modello di accoglienza che sta coordinando la Protezione civile è quello dell’ospitalità diffusa: sono centinaia le parrocchie, le cooperative e le strutture private che si non mese a disposizione.
Ovunque, alla notizia dell’arrivo dei migranti, spuntano volontari pronti all’assistenza: nelle valli di Lanzo, nel torinese, i 22 abitanti di Coazze hanno “adottato” 31 africani, lo stesso a Legne, dove i 90 residenti fissi stanno condividendo le loro giornate con 8 famiglie di Mali, Ghana e Ciad.

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Il clown dottore

Clown dottore

Che si potesse vivere facendo il clown, è noto, ma che lo si potesse fare anche come clown dottore è cosa recente. La clownterapia è ormai entrata in quasi tutti gli ospedali italiani per aiutare i pazienti, soprattutto i bambini, a sdrammatizzare l’ambiente ospedaliero. “Il nostro stipendio va dagli 800 ai 1.200 euro al mese con un contratto a progetto, generalmente siamo in ospedale tre giorni la settimana con interventi di almeno due ore ciascuno”. Così Cristiana De Maio, responsabile dell’associazione Lacarovanadeisorrisi, che con il nome di “dottoressa Clorobilla” da dieci anni svolge questa professione.
Il clown dottore ha il compito di sdrammatizzare la figura del medico e dell’infermiere: “Per questo usiamo strumenti trasformati in giocattoli come stetoscopio e siringhe. Quando arriviamo ci informiamo della situazione dei pazienti. All’interno del reparto noi siamo l’unica figura che può essere rifiutata; se invece accettano di giocare con noi, eseguiamo dei giochi di prestigio. Molto è lasciato all’improvvisazione che ha alle spalle però un grande studio. Ad esempio la capacità di cogliere le situazioni e gli spunti che gli stessi pazienti danno o chiedono”.
Al momento i clown dottori sono circa una sessantina, all’opera grazie a diverse associazioni: due anni fa, la maggioranza di queste si è riunita nella Federazione nazionale dei clown dottori. Non suoni male la parola “professionisti”, perché fare il clown dottore implica una profonda conoscenza non solo delle arti circensi, ma anche della particolare psicologia del bambino malato: formazione teorica e pratica in ospedale, quindi, sono obbligatorie.

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Supporto famigliare disabili

Presentata a Roma la Carta europea di supporto al famigliare che si prende cura di una persona non autosufficiente. Il decalogo è frutto di un progetto del Coface handicap, chiamato Aide aux aidants, aiuto a chi aiuta. L’obiettivo è trasformare la carta in una direttiva europea.
Il documento è frutto di uno studio del Coface handicap e mira a dare riconoscimento giuridico ed economico all’assistente famigliare di un disabile grave.
In Europa sono 50 milioni le persone non autosufficienti, e l’85% di loro vive in famiglie; in Itlaia sono 2 milioni 800mila e vivono in famiglia nel 95% dei casi. Tra le conseguenze del riconoscimento giuridico della cura famigliare, il mantenimento del posto di lavoro e il riconoscimento di crediti formativi per chi dopo l’esperienza di cura di un famigliare si orienta verso le professioni di cura.
La Carta è stata presentata a Vladimir Spidla, commissario europeo all’Occupazione, affari sociali e pari opportunità; l’idea è di fare pressione sui governi nazionali affinché la Commissione usi la Carta come testo base per una direttiva europea.

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La forza alle donne

L’attività decennale della Fondazione Rita levi Montralci è sempre stata ispirata da una convinzione granitica: per salvare i Paesi poveri servono pochi euro, basta spenderli in istruzione e sviluppo culturale delle poopolazioni.
Un principio alla base anche dell’ennesima iniziativa, stavolta supportata dalla Conad e dall’associazione Nazionale italiana cantanti. Una collaborazione che si traduce in quasi 700mila euro che andranno a finanziare undici progetti per la formazione di personale medico, paramedico e di assistenza all’infanzia, in dieci Paesi dell’Africa.
Con un particolarità. Protagonista saranno le donne, “puntiamo su di loto perché vogliamo che riconquistino quei diritti che hanno visto sempre negati” ha spiegato la senatrice Rita Levi Montalcini, alla conferenza romana di presentazione dell’iniziativa.
Così le 210 borse di studio, interamente finanziate dalla Conad, serviranno a togliere di strada ma anche a formare ostetriche in Camerun, operatici per l’infanzia e infermiere in Eritrea o insegnanti in Ghana. A conclusione degli studi, le donne potranno poi svolgere la propria attività nei luoghi di appartenenza.
Il budget è di 698mila euro, ma può diventare di più. La Conad si impegna a raddoppiare e riconvertire in moneta i potenziali premi vinti dai suoi clienti grazie alle tessere di raccolta punti. Chiunque vorrà, potrà appoggiare gli undici porgetti e altre future iniziative.

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Bambini da adottare: chi li prepara?

Si fa un gran parlare di formazione per le coppie che vogliono adottare, ma nessuno scopre l’altra faccia della medaglia: chi prepara un bambino ad essere adottato?
Nessuno, o quasi. Come se per lui fosse tutto facile e bello, un regalo che piove dal cielo senza portar con sé alcuna difficoltà. Ma con l’adozione un bambino comincia una nuova vita, spesso lascia la propria terra e sbarca in un mondo sconosciuto: uno choc. Davvero non serve qualcuno che lo prepari? Qualcuno c’è. Si chiama Tsion Teferra, ha 27 anni, è etiope e psicologa. Dal 2004 lavora ad Addis Abeba per il Ciai. È presente in 4 dei 35 istituti della città, che accolgono circa 250 bambini: in questo momento ne sta preparando 22. Il lavoro comincia ben prima dell’abbinamento. Molti bambini hanno visto i genitori morire; altri sono stati portati in istituto dalla famiglia. Tutti dicono di essere stati abbandonati perché sono “bambini cattivi”: il primo obiettivo è farli sentire amati e accettati, ridargli fiducia nel futuro. Si comincia con il lavoro di gruppo, dove si parla dell’abbandono in astratto. Poi i bambini parlano di sé. Qualcuno è molto freddo, come se la cosa non lo riguardasse, altri si chiudono. Finché non hanno superato lo choc è inutile parlare di adozione. E pazienza se ci vuole un anno.
Solo allora Tsion manda in Italia la scheda del bambino, con il maggior numero di informazioni possibili: su questa base le esperte del Ciai scelgono la famiglia più giusta per lui. Poi Tsion presenta al bambino la nuova famiglia, gli mostra le foto, gli spiega che in Italia i compagni saranno bianchi. “Quando arrivano le foto i bambini sono emozionatissimi. La prima cosa che chiedono è se potranno andare a scuola, la seconda se anche i nuovi genitori li abbandoneranno. Poi dei fratelli, la lingua, la cameretta. Alcuni pensano che in Italia tutti sono ricchissimi, che i nuovi genitori saranno perfetti. Gli spiego che non è cosi, ma anche in Itali ci sarà qualcuno che li aiuterà”. Naturalmente i bambini confrontato le foto: gettonatissime le mamme dai capelli lunghi e lisci, ma nessuno ha mai detto di volere altri genitori.

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Sono socio di una onlus …

Sono socio di una onlus e vorrei sapere quali contributi posso dedurre dalla mia dichiarazione dei redditi.

Possiamo ridurre a quattro fattispecie le contribuzioni che un socio può riconoscere a favore di un ente non profit. La quota sociale consente di accedere all’elettorato attivo e passivo e al complesso dei diritti e dei doveri riconosciuti ai socie e pertanto non può definirsi quale erogazione liberale, in quanto sancisce un accordo caratterizzato da una qualche corrispettività. La seconda tipologia è la contribuzione che può essere richiesta ai soci per l’accesso ai servizi o beni prodotti o resi disponibili dall’ente. È chiaro che anch’essa non consente alcun risparmio fiscale a chi la versa. Con un’eccezione per i redditi di quest’anno, relativa all’iscrizione dei ragazzi tra i 5 e i 18 anni a corsi e strutture sportive promosse da enti sportivi dilettantistici, che consentirà la detrazione del 19% su un importo massimo di 210 euro.La terza è il prestito erogato al proprio ente di riferimento; frequentemente gli enti appena nati non possono iniziare l’attività con le sole quote sociali. Alcuni soci possono contribuire volontariamente con l’impegno da parte dell’associazione a restituire “gli anticipi” ai soci entro una certa data. In questo caso il socio può chiedere anche l’applicazione di un tasso di interesse che però non può essere superiore a 4 punti percentuali del tasso ufficiale di sconto. La quarta è la donazione, atto di liberalità assoluta che per perfezionarsi deve essere accettata dal destinatario della donazione. In quel caso, effettuata nel rispetto delle modalità prescritte l’erogazione è deducibile o detraibile.

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Aiuti alla famiglia

L’Indagine conoscitiva sulle condizioni sociali delle famiglie in Italia, voluta dalla Commissione Affari sociali della Camera è occasione per qualche considerazione. La prima. Non è (del tutto) vero che negli ultimi anni siano mancate politiche di sostegno alla famiglia: come dimostra la prima parte dell’Indagine, attraverso un resoconto analitico dei provvedimenti adottati nelle ultime tre legislature, la famiglia è stata oggetto di numerose iniziative. Che però non hanno funzionato, non sono state efficaci.
O perché poco coerenti fra loro o troppo frammentate o perché bloccate dalla Corte Costituzionale con sentenze espresse sulla base della convinzione che iniziative del governo centrale su temi di competenza regionale o comunale invadessero gli altrui territori. Ha prevalso nella Corte una interpretazione difensiva della sussidiarietà, la quale però ha anche un aspetto promozionale: lo Stato deve creare le condizioni affinché le famiglie e gli enti locali possano perseguire i loro scopi.
Qual è allora il ruolo della politica? È fare delle scelte, proporre gerarchie e strategie, non soltanto trovare le pur necessarie risorse. Bene dunque se si procede individuando i fenomeni e le trasformazioni. È proprio qui che si fanno scoperte interessanti, e cioè che, dentro la grande “questione familiare”, si celano almeno due nodi problematici egualmente importanti: la questione femminile (troppo poche le donne al lavoro) e quella giovanile (il 43.3% dei giovani tra i 25 e i 34 anni vive nella famiglia d’origine). Andrebbe creata una gerarchia delle priorità. Al primo posto la famiglia giovane che andrebbe sostenuta in modo nuovo, superando una logica riparatoria e partendo invece dal presupposto che la famiglia è una risorsa da valorizzare.

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Sportello unico per l’immigrazione

Definita a Trieste con la firma di un protocollo d’intesa tra Regione, Commissario i governo, Prefetture e Province di Trieste, Udine, Pordenone e Gorizia, l’istituzione dello Sportello unico per l’immigrazione. Lo sportello è responsabile dell’intero procedimento relativo all’assunzione di lavoratori stranieri a tempo determinato e indeterminato e coinvolge competenze dello Stato e delle Province, alle quali la Regione ha demandato le funzioni su lavoro e occupazione.
www.regione.fvg.it

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Lavoro ragazzi

Padova-Kiev e ritorno,. Da anni è intenso il flusso di solidarietà su questa tratta: famiglie venete che ospitano i ragazzi di Chernobyl e giovani ucraini che vengo a studiare in Veneto. Anche Civitas, quest’anno parla ucraino. E non solo: prova persino la cucina di Kiev.

Il progetto Youth Assistance nasce tre anni fa per migliorare le condizioni di vita negli Internaat: Asa, Caritas Ucraina e istituti salesiani organizzano corsi di formazione e soggiorni in famiglia per i ragazzi degli istituiti. Ma la solidarietà delle famiglie venete nasce ben prima: da Chernobyl in poi, estate dopo estate l’accoglienza dei bambini ha creato legami fortissimi. Che non si sono interrotti nemmeno quando i ragazzi sono cresciuti. Da qui la preoccupazione per il “dopo” Internaat. A 17 anni i ragazzi vengono messi alla porta e privati del sussidio statale. E dopo una vita in istituto, con un passato da dimenticare e poche competenze da spendere nel mondo del lavoro, per loro la strada è spesso l’unica vera alternativa. Per questo è nata una nuova fase del progetto Youth Assistance, su proposta delle famiglie. L’obiettivo è creare occasioni di formazione e crescita professionale per questi ragazzi, o in Italia o nel loro Paese.

Quest’anno sono stati 20 i ragazzi ucraini che hanno iniziato un percorso di formazione e lavoro in Italia. Altri 10 ex ospiti degli istituti stanno invece vivendo esperienze di stage in aziende e ristoranti italiani in Ucraina. Fondamentale in questo progetto è stata l’Associazione degli imprenditori italo-ucraini. Non è stato semplice, gli altri dipendenti hanno accolto con fatica i nuovi arrivati e l’inserimento è stato faticoso ma in qualche occasione ha avuto successo. Come per Svetlana, che ha iniziato come addetta alle fotocopie nella società di vending Liberty, in breve è passata alla contabilità e, nel giro di qualche mese, assicura il proprietario, è destinata a diventare il capo-contabile. Casi rari, a dir la verità, ma significativi. Dei 10 stagisti che sono entrati in azienda sette hanno trovato un impiego stabile.È un inizio, il segno di un importante cambio di mentalità nel nostro stile di solidarietà: dall’assistenzialismo all’impresa sociale.

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