Il rapporto della Caritas

Rapporto CaritasEra il 2 Luglio 1971 quando la Conferenza episcopale italiana istituì la Caritas. C’era ancora l’onda lunga, entusiasmante e rinnovatrice, del Concilio Vaticano II. C’era un Paese in piena «euforia dell’abbondanza», con l’idea che politica e mercato avrebbero presto reso marginale la questione dei poveri. Quarant’anni dopo i poveri non sono scomparsi. E la Caritas è ancora lì, in prima linea. Con 3mila centri d’ascolto e qualcosa come 11mila Caritas parrochiali è la rete più capillare per monitorare la povertà in Italia. Ma vuole arrivare «ancora più in basso». A Fiuggi, dal 21 al 23 novembre, le 220 Caritas diocesane si troveranno per il loro convegno nazionale e faranno il punto di quarant’anni, «tra memoria, fedeltà e profezia». Noi lo abbiamo fatto con il monsignor Vittorio Nozza, direttore di Caritas Italiana.

Com’è cambiato il contesto in 40 anni?
Quarant’anni fa eravamo in una condizione di “doppio favore”, perché sia sul versante ecclesiale che su quello sociale c’erano grandi attese, un grande fermento sul pianto delle politiche sociali e dei tanti cammini di volontariato che cominciavano a delinearsi, il grosso impegno di quello che poi sarebbe diventata la cooperazione sociale e il terzo settore…
Cominciamo col dire che ci ritroviamo con un grande patrimonio, fatto soprattutto di un grandissimo radicamento sul territorio. Abbiamo appena conluso il censimento delle opere delle chiese diocesane in Italia e contato 14.500 opere, in buona parte promosse dalle Caritas, con 480mila volontari.

Però quel “favore”?
Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una costante erosione della solidarietà istituzionale garantita, sulla quale poi giocava una sussidiarietà donata. In questo modo la sossidiarità casca su un terreno fragile: un conto è se il di più lo aggiungo al garantito, altro se il di più casca nel nulla. Ci troviamo dentro una società molto frantumata, per cui il volontariato e la gratuità soffrono e anche la Caritas non è più in grado di contare su questi formidabili elementi come prima.

Siete in difficoltà con i volontari?
Il problema che vogliono mettere in luce è che si vive dentro una condizione di fragilità, precarietà, spostandosi continuamente per stare a galla, diventa difficile intercettare il bisogno, interrogarsi e mettersi in gioco. Il contesto odierno non mette nella condizione di potersi giocare in termini di sussidiarietà e gratuità.

In questi ultimissimi anni di crisi, Caritas è stata la prima a fotografare i “nuovi poveri”. Ma c’è anche una “nuova Caritas”?
La crisi ha anche provocato la fantasia e la creatività, fatto emergere altre risorse e strumenti innovativi. Legate alla crisi economica sono state 806 nuove iniziative diocesane, tra cui il microcredito socioassistenziale in 133 diocesi e quello per le imprese in 70.

Solo duttile e innovativa o profetica?
Oggi c’è il rischio di guardare alla Caritas come a un ente caritativo o a una cooperativa, di essere trascinati dentro una prassi, nell’operatività, che non ci permettono più di essere anima, voce critica, animazione, proposta.

C’è una strada per non perdersi nel fare?
Arrivare al livello ancora più basso del centro d’ascolto dentro ogni singola parrocchia. La meta è far sì che si sviluppi e cresca non solo una carità di opere, ma una carità di popolo. Se la società si frantuma e il territorio si frastaglia, se le persone si distanziano c’è bisogno che la gente del condominio, del contesto amicale vivano di gratuità e di carità, intensifichino le relazioni. Andare ancora più in basso vuol dire incontrare le persone nell’ordinarietà e far sì che sempre meno si sfilaccino le relazioni. Questo vuol dire prevenire: le opere e i servizi infatti sono opportuni ma non sufficienti.

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