L’insegnante di sostegno rimane sulla carta

La vita italiana all’integrazione scolastica dei disabili ha due facce. Da una parte c’è la teoria, che grazie a leggi ben fatte e lungimiranti ha portato al totale superamento delle scuole speciali e ha introdotto una filosofia di inclusione tra le migliori in Europa. Dall’altra c’è la pratica: incoerente, claudicante , insoddisfacente per tutti gli attori del sistema. Ne ha un bilancio, con un’efficace fotografia, il recente rapporto della Fondazione Agnelli, della Caritas e dell’associazione Treelle Gli alunni con disabilità nella scuola italiana (Ed. Erickson). Ci siamo domandati se, rispetto al poderoso investimento economico, umano e di professionalità speso in quasi quarant’anni di storia, l’approccio italiano fosse davvero efficace, sottolinea il co-autore del rapporto Alessandro Monteverdi.
La risposta? Al di là del rispetto degli aspetti custodiali e di relazionalità, da parte del sistema c’è ancora una scarsa attenzione ai bisogni specifici degli studenti.

insegnante di sostegno
Da rapporto esce il ritratto di una “macchina” complessa, rigidamente ancorata al meccanismo delle certificazioni di disabilità che garantiscono l’assegnazione di ore di sostegno, scarsamente dialogante con le risorse esterne messe in campo da volontariato e cooperazione sociale, inefficiente rispetto ai costi; la spesa annuale totale della scuola per l’integrazione è stimata in circa 4 miliardi di euro, costituiti dagli stipendi per gli oltre 90mila insegnati di sostegno, dai circa 25mila addetti e operatori esterni e dalla creazione di nuovi organici laddove vadano aperte nuove classi.

Il cammino di un bambino portatore di handicap trova i primi ostacoli nella scuola dell’infanzia. Anche per i più piccini vale la regola della certificazione Asl, che in modo abbastanza rigido e con approccio medico determina la necessità del sostegno. Le legislazioni e la prassi possono essere differenti da regione a regione: in alcune realtà non si effettuano certificazioni prima dei 3 anni. In seguito, “alla scuola dell’infanzia, non essendoci ancora step di apprendimento e cognitivi tipici dei gradi di scuola che danno voti prefissati, vengono certificati solo i casi più gravi”, spiega Patrizia Revello, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo di Revello (Cn), che ha recentemente vinto, proprio per il grado della scuola materna, il concorso Fish “Le chiavi di scuola.”

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Lotta al cancro: donare non è mai stato così facile

donazione onlusSi chiama Bemoov la nuova piattaforma creata per i pagamenti di beni e servizi attraverso i dispositivi mobili. Una tecnologia che si è subito messa a servizio di una delle più importanti organizzazioni no profit. Infatti, da oggi, grazie alla collaborazione tra Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro Onlus e il Consorzio Movincom, ideatore del progetto Bemoov, è possibile donare un piccolo importo alla Fondazione e aiutare così gli studi e le ricerche su uno dei mali più diffusi al mondo.

Per utilizzare la piattaforma Bemoov è sufficiente iscriversi al sito in maniera del tutto gratuita, inserendo il numero di cellulare e della carta di credito. Quando l’iscrizione si sarà conclusa, basta inviare un SMS al numero +39 345 9266222 con scritto “2”, “5” o “10”, per donare rispettivamente 2, 5 oppure 10 euro.

Nel messaggio di ringraziamento che si riceverà poco dopo è possibile richiedere la ricevuta del versamento valida ai fini delle detrazioni fiscali previste dalla legge.

Con l’App gratuita di Buy Bemoov è possibile effettuare una donazione semplicemente inquadrando il QRcode presente sui materiali delle campagne di comunicazione della fondazione.

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Quando il no profit diventa social

Che bisogno ha il non profit dei social network? Non è già abbastanza social di suo? Nel resto del mondo la questione non si pone: associazioni e ong sono giganti del settore, e tra Facebook, Twitter e altri network di settore hanno dimostrato in più occasioni di saper elaborare soluzioni all’avanguardia. E in Italia? Nel nostro Paese la situazione ha richiesto un periodo di incubazione un pò più lungo, ma qualcosa di buono sta cominciando a vedersi anche da noi.

Per cominciare, però, sarebbe utile avere chiaro quali sono le potenzialità di un profilo Facebook o Twitter per un’associazione. Se fino a qualche anno fa l’unico mezzo per raggiungere il grande pubblico era la tv, oggi con questi strumenti si possono raggiungere direttamente milioni di persone, senza mediazioni. La seconda attività riguarda il fundraising. Le raccolte fondi possono essere più efficaci se effettuare donazioni è più facile, con transazioni online e via mobile.

 emergency_facebook

Senza dubbio in Italia il social più usato è Facebook, dove a farla da padrone tra le organizzazioni non profit è Emergency, di gran lunga la più apprezzata, come dimostra il patrimonio di 640mila fan. L’uomo-Facebook della ong fondata da Gino Strada è Emanuele Rossini, e lui il successo se lo spiega così: Partiamo da una grande notorietà offline, e questo aiuta. Poi, nella nostra pagina cerchiamo di alternare contenuti di informazione umanitaria alla promozione delle nostre campagne. Seguire i commenti e rispondere alle domande degli utenti è un lavoro a tempo pieno.

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Attività di volontariato per immigrati

Esistono degli impedimenti per far svolgere un’attività di volontariato a uno straniero o è necessario presentare la documentazione che ne attesti la regolarità sul territorio italiano?

Onlus volontariatoIl nostro ordinamento non contiene alcun esplicito divieto per lo straniero irregolare che voglia svolgere attività di volontariato. Tale divieto non è rinvenibile né nel T.U. 286/98 né nella normativa speciale sul volontariato. La possibilità per lo straniero irregolare di svolgere attività di volontariato non è d’altro canto neppure esplicitamente prevista dall’ordinamento. Tuttavia il Testo Unico sull’immigrazione stabilisce all’art.2, comma 1 che allo straniero comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato sono riconosciuti i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto internazionale, dalle convezioni internazionali in vigore e dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti.

Aggiungiamo che la L. 203/94, che ha ratificato la Convenzione di Strasburgo del 5 febbraio 1992 in tema di partecipazione degli stranieri alla vita pubblica locale, prevede che gli Stati firmatari si impegnino a garantire ai residenti alle stesse condizioni dei loro cittadini, il diritto alla libertà di riunirsi pacificamente, ed alla libertà di associazione. In mancanza di previsione normative e di giurisprudenza sull’argomento, si ritiene opportuno porre l’accento su alcune problematiche. In primo luogo lo straniero irregolarmente presente sul territorio nazionale è passibile di un provvedimento di espulsione e sinché non interviene una regolarizzazione della sua posizione amministrativa la sua vita in Italia è improntata alla massima precarietà. In caso di sinistro o infortunio nello svolgimento dell’attività di volontariato poi il cittadino straniero irregolare potrebbe non ottenere il risarcimento del danno. Nel caso in cui vi sia comunque la necessità di avvalersi di volontari stranieri e questi non siano in regola con il titolo di soggiorno si rimanda a quanto previsto dall’27 bis del D. Lgs. 286/98 che disciplina la procedura di ingresso e soggiorno per volontariato.

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Spazi educativi: nasce Piattaforma Infanzia

Piattaforma InfanziaNon si può guardare il futuro senza rendere il futuro oggi. E non si può pensare il futuro dei bambini senza ripensare agli adulti di oggi, senza fornire loro l’opportunità di confrontarsi confrontando il loro sapere, in rete tra di loro. Non possiamo restare chiusi nel nostro spazio, nemmeno nel nostro spazio di sapere.

Così lo scorso novembre Patrizio Paoletti lanciava Piattaforma Infanzia, lo spazio multimediale sui bambini voluto da Fondazione Albero della Vita e Fondazione Paoletti.
Piattaforma  Infanzia è un luogo di confluenza e di confronto dei diversi approcci e dei molteplici stakeholder che gravitano intorno al mondo dell’infanzia: un progetto che vede nella rete, nella trasversalità dei saperi, nell’informazione e sensibilizzazione alle questioni dell’infanzia e dell’adolescenza il proprio filo conduttore, all’insegna dei diritti e dell’educazione alla responsabilità sociale individuale e d’insieme.

Vuole sfruttare i vantaggi della rete per mettere in relazione persone e stakeholder diversi, in luoghi diversi per promuovere responsabilità e una cultura dell’infanzia. Una cultura che, nelle sue molteplici sfaccettature per lo sviluppo umano, offre nuovi modi di guardare alla realtà, abbracciare modi di vivere, sistemi di valori, tradizioni, credenze e pratiche perché ci si renda sempre più attenti, informati e sensibili nei confronti dei più piccoli.
Notizie dall’Italia e dal mondo, raccontando sia i diritti violati sia le buone notizie e le buone pratiche; interviste a chi lavora per promuovere i diritti dei bambini e degli adolescenti, perché ispirino modi operandi, valori e riferimenti.

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Aumentano le offerte di lavoro nel sociale

Dal 2007 al 2011 l’occupazione creata dalle cooperative italiane è aumentata dell’8% facendo lievitare il numero degli occupati tra soci e non soci a da 1.28 milioni a 1.4 milioni circa. A rivelarlo è il primo rapporto sulla cooperazione in Italia realizzato dal Censis per l’Alleanza delle cooperative italiane.

Lavorare in cooperativa

Fonte: www.vita.it

Si tratta di un dato in totale controtendenza con quello che è il ben noto quadro di sistema, spiega il Censis, considerato che nello stesso arco di tempo l’occupazione in forza presso le imprese è diminuita del 2.3% mentre il mercato del lavoro ha subito una perdita di posti di lavoro pari all’1.2%. A trainare l’aumento dell’occupazione nel periodo considerato è stato il settore della cooperazione sociale, che ha registrato tra il 2007 e il 2011 un vero e proprio boom, con una crescita del numero dei lavoratori del 17.3%. Un incremento talmente solido da compensare la flessione di altri due comparti storici della cooperazione, quello dell’industria e quello delle costruzione.

Il ruolo chiave della cooperazione nella società e nell’economia italiana, in particolare nel presidiare il sociale è certificato anche da altri numeri contenuti nel rapporto che parla di oltre 300mila occupati nei servizi sociali, dove la cooperazione rappresenta il 23.7% del totale degli occupati. Non a caso proprio la sanità e l’assistenza sociale sono il comparto dove l’incidenza del mondo cooperativo sul totale degli occupati è più forte.

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La pena di morte nel mondo

Nessno tocchi Caino, disse il Signore. «Uccidete Troy Davis», sentenziarono i giudici statunitensi. E fu così che un uomo di 42 anni, nero, condannato per l’omicidio di un poliziotto, il 21 settembre è stato giustiziato in Georgia nonostante a molti la sua colpevolezza apparisse dubbia. A suo favore si erano espressi l’ex presidente Usa Jimmy Carter, l’ex giudice capo della Corte Suprema della Georgia Norman Fletcher, l’ex vice procuratore generale degli Stati Uniti Larry Thompson, numerosi parlamentari del Congresso, la figlia di Martin Luther King, l’arcivescovo Desmond Tutu, premio Nobel per la pace, e persino papa Benedetto XVI. Amnesty International, che ha definito l’uccisione di Troy un catastrofico fallimento del sistema giudiziario, e altre organizzazioni umanitarie avevano raccolto quasi un milione di firme contro l’esecuzione.

Nulla è servito a fermare il boia. Edulcorare le parole non serve. Su mandato di un tribunale, un uomo o più uomini, per dovere o per mestiere, si incaricano di ucciderne un altro. Spesso, come in questo caso, dopo averlo tenuto in carcere per vent’anni e avergli inflitto la tortura dei rinvii (quattro volte dal 2007) e delle false speranze. In quella stessa giornata, mentre a Davis veniva iniettato un liquido mortale nelle vene, un altro condannato per omicidio, Lawrence Brewer, veniva giustiziato in Texas, un ragazzo di 17 anni, Alireza Molla-Soltani, accusato di omicidio, e un uomo condannato di narcotraffico venivano impiccati in Iran, mentre un uomo ritenuto spacciatore di stupefacenti, Zahid Husain Shah, veniva giustiziato in Cina.

Seppur diminuiscono i Paesi che prevedono la pena di morte (nel 2010 erano 42, 54 nel 2005), continuano a essere migliaia ogni anno anno gli “omicidi di Stato”: almeno 5.837 nel 2010 le pene capitali eseguite, 96 in più rispetto all’anno precedente. Quell’almeno sta a significare che il regime non democratico di alcune delle nazioni impedisce di conoscere con esattezza la quantità delle condanne a morte. La gran parte, infatti, viene effettuata in Asia e in particolare in Cina. Delle esecuzioni negli Usa, se non altro, si conosce la cifra esatta: lo scorso anno 46. Un numero relativamente piccolo, ma guardato in contro luce rivela che la pena di morte viene applicata soprattutto nelle persone di colore, povere, senza possibilità di difesa efficace nel processo. La giustizia americana, dunque, è bendata ma sa riconoscere il censo dell’imputato e trattarlo di conseguenza.

Attorno alla vita o alla morte di tutte le persone in attesa di esecuzione, insomma, si esemplifica un’idea della giustizia, non solo una questione umanitaria. E questo può forse essere ancor più vero se in discussione vi è la vita o la morte di un condannato incontrovertibile colpevole. Perché il problema non dovrebbe solo il rischio di uccidere un innocente, ma l’idea stessa che una giustizia ritorsiva possa ancora qualificarsi giustizia.

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Partorire in sicurezza, in Africa è ancora un miraggio

In Etiopia solo il 6% dei parti è assistiti da personale sanitario. Il tasso di mortalità materna è di 850 donne su centomila, mentre quella infantile è di 112 per mille nati vivi. In Europa la mortalità materna è di 45 donne su centomila e la mortalità infantile varia da 4 a 8 ogni mille nati vivi. «La scarsità dei centri attrezati e di personale qualificato e la difficoltà a raggiungere i piccoli ospedali operativi sono tra le barriere che impediscono alle partorienti di avere assistenza», afferma Maria Trivelli, 42 anni, chirurgo per la ong “Medici con l’Africa – Cuamm” e responsabile della gestione sanitaria dell’ospedale di Wolisso, 140 chilometri a nord di Addis Abeba.

La struttura, di proprietà della Conferenza episcopale etiope, collabora con il governo per fornire assistenza sanitaria adeguata a circa un milione di abitanti e pratica un servizio pressoché gratuito per le donne gravide e i bambini. Medici con l’Africa ha deciso di intervenire, in Etiopia e in altri tre ospedali africani (in Angola, Tanzania e Uganda) con il progetto “Prima le donne e i bambini”, che ha l’obiettivo di raddoppiare in cinque anni il numero dei parti assistiti e ridurre la mortalità materna e neonatale nei quattro distretti africani.

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Il rapporto della Caritas

Rapporto CaritasEra il 2 Luglio 1971 quando la Conferenza episcopale italiana istituì la Caritas. C’era ancora l’onda lunga, entusiasmante e rinnovatrice, del Concilio Vaticano II. C’era un Paese in piena «euforia dell’abbondanza», con l’idea che politica e mercato avrebbero presto reso marginale la questione dei poveri. Quarant’anni dopo i poveri non sono scomparsi. E la Caritas è ancora lì, in prima linea. Con 3mila centri d’ascolto e qualcosa come 11mila Caritas parrochiali è la rete più capillare per monitorare la povertà in Italia. Ma vuole arrivare «ancora più in basso». A Fiuggi, dal 21 al 23 novembre, le 220 Caritas diocesane si troveranno per il loro convegno nazionale e faranno il punto di quarant’anni, «tra memoria, fedeltà e profezia». Noi lo abbiamo fatto con il monsignor Vittorio Nozza, direttore di Caritas Italiana.

Com’è cambiato il contesto in 40 anni?
Quarant’anni fa eravamo in una condizione di “doppio favore”, perché sia sul versante ecclesiale che su quello sociale c’erano grandi attese, un grande fermento sul pianto delle politiche sociali e dei tanti cammini di volontariato che cominciavano a delinearsi, il grosso impegno di quello che poi sarebbe diventata la cooperazione sociale e il terzo settore…
Cominciamo col dire che ci ritroviamo con un grande patrimonio, fatto soprattutto di un grandissimo radicamento sul territorio. Abbiamo appena conluso il censimento delle opere delle chiese diocesane in Italia e contato 14.500 opere, in buona parte promosse dalle Caritas, con 480mila volontari.

Però quel “favore”?
Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una costante erosione della solidarietà istituzionale garantita, sulla quale poi giocava una sussidiarietà donata. In questo modo la sossidiarità casca su un terreno fragile: un conto è se il di più lo aggiungo al garantito, altro se il di più casca nel nulla. Ci troviamo dentro una società molto frantumata, per cui il volontariato e la gratuità soffrono e anche la Caritas non è più in grado di contare su questi formidabili elementi come prima.

Siete in difficoltà con i volontari?
Il problema che vogliono mettere in luce è che si vive dentro una condizione di fragilità, precarietà, spostandosi continuamente per stare a galla, diventa difficile intercettare il bisogno, interrogarsi e mettersi in gioco. Il contesto odierno non mette nella condizione di potersi giocare in termini di sussidiarietà e gratuità.

In questi ultimissimi anni di crisi, Caritas è stata la prima a fotografare i “nuovi poveri”. Ma c’è anche una “nuova Caritas”?
La crisi ha anche provocato la fantasia e la creatività, fatto emergere altre risorse e strumenti innovativi. Legate alla crisi economica sono state 806 nuove iniziative diocesane, tra cui il microcredito socioassistenziale in 133 diocesi e quello per le imprese in 70.

Solo duttile e innovativa o profetica?
Oggi c’è il rischio di guardare alla Caritas come a un ente caritativo o a una cooperativa, di essere trascinati dentro una prassi, nell’operatività, che non ci permettono più di essere anima, voce critica, animazione, proposta.

C’è una strada per non perdersi nel fare?
Arrivare al livello ancora più basso del centro d’ascolto dentro ogni singola parrocchia. La meta è far sì che si sviluppi e cresca non solo una carità di opere, ma una carità di popolo. Se la società si frantuma e il territorio si frastaglia, se le persone si distanziano c’è bisogno che la gente del condominio, del contesto amicale vivano di gratuità e di carità, intensifichino le relazioni. Andare ancora più in basso vuol dire incontrare le persone nell’ordinarietà e far sì che sempre meno si sfilaccino le relazioni. Questo vuol dire prevenire: le opere e i servizi infatti sono opportuni ma non sufficienti.

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Come risolvere il sovraffolamento delle carceri

Recupero alcolistiLa Toscana punta sull’approccio terapeutico per recuperare i detenuti con dipendenza da droga e da alcol e per decongestionare allo stesso tempo le carceri sovraffollate. La Giunta guidata da Enrico Rossi, nell’ambito del passaggio di competenze sulla medicina penitenziaria dal ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale, e dunque alle Regioni, ha approvato una delibera che definisce un percorso assistenziale per gli interventi di inserimento in comunità dei soggetti detenuti tossico e alcoldipendenti ammessi alle misure alternative alla pena e, soprattutto, allarga i cordoni della borsa stanziando 350mila euro. Grazie a queste risorse si stima che 500 detenuti potranno varcare il cancello del carcere per accedere ai luoghi di cura. Un numero decisamente più alto delle poche unità ammesse alle comunità quando la sanità penitenziaria era gestita dal ministero.

Il provvedimento che equipara, sia nelle condizioni economiche che terapeutiche, il percorso di presa in carico dei detenuti a quello previsto per le persone tossico-alcoldipendenti in libertà in affidamento ai servizi territoriali, è il risultato di un processo in tre passaggi che ha visto collaborare le Aziende Usl, la Magistratura di Sorveglianza e il Ceart (Coordinamento degli enti ausiliari della Regione Toscana), l’organizzazione che riunisce 17 tra cooperative e associazioni.

Il tavolo congiunto ha dapprima valutato il numero dei soggetti con misure alternative eseguite presso le comunità terapeutiche regionali, in seguito verificato le comunità in possesso dei requisiti per ospitare i detenuti e infine costruito un percorso assistenziale omogeneo coordinato dai Sert, i Servizi per le tossicodipendenze. Dalla ricognizione è risultato che tutte le 63 comunità terapeutiche regionali, sia pubbliche che private, sono idonee. La delibera, soprattutto, appare come la presa di coscienza, da parte dell’amministrazione locale, dell’insuccesso della risposta repressiva nei confronti dei tossicodipendenti reclusi dietro le sbarre.

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