Come risolvere il sovraffolamento delle carceri

Recupero alcolistiLa Toscana punta sull’approccio terapeutico per recuperare i detenuti con dipendenza da droga e da alcol e per decongestionare allo stesso tempo le carceri sovraffollate. La Giunta guidata da Enrico Rossi, nell’ambito del passaggio di competenze sulla medicina penitenziaria dal ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale, e dunque alle Regioni, ha approvato una delibera che definisce un percorso assistenziale per gli interventi di inserimento in comunità dei soggetti detenuti tossico e alcoldipendenti ammessi alle misure alternative alla pena e, soprattutto, allarga i cordoni della borsa stanziando 350mila euro. Grazie a queste risorse si stima che 500 detenuti potranno varcare il cancello del carcere per accedere ai luoghi di cura. Un numero decisamente più alto delle poche unità ammesse alle comunità quando la sanità penitenziaria era gestita dal ministero.

Il provvedimento che equipara, sia nelle condizioni economiche che terapeutiche, il percorso di presa in carico dei detenuti a quello previsto per le persone tossico-alcoldipendenti in libertà in affidamento ai servizi territoriali, è il risultato di un processo in tre passaggi che ha visto collaborare le Aziende Usl, la Magistratura di Sorveglianza e il Ceart (Coordinamento degli enti ausiliari della Regione Toscana), l’organizzazione che riunisce 17 tra cooperative e associazioni.

Il tavolo congiunto ha dapprima valutato il numero dei soggetti con misure alternative eseguite presso le comunità terapeutiche regionali, in seguito verificato le comunità in possesso dei requisiti per ospitare i detenuti e infine costruito un percorso assistenziale omogeneo coordinato dai Sert, i Servizi per le tossicodipendenze. Dalla ricognizione è risultato che tutte le 63 comunità terapeutiche regionali, sia pubbliche che private, sono idonee. La delibera, soprattutto, appare come la presa di coscienza, da parte dell’amministrazione locale, dell’insuccesso della risposta repressiva nei confronti dei tossicodipendenti reclusi dietro le sbarre.

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Piccoli immigrati

Partono dalle città dell’Afghanistan, come Kabul, Jaghori e dopo una pericolosa odissea attraverso il Pakistan, l’Iran, la Turchia e la Grecia approdano nel Belpaese. Alcuni nascosti nei camion o nei container, altri sulle “carrette del mare” o sulle barche dei trafficanti che li abbandonano a cento metri dalla nostre coste. Ed è terribile pensare a quelli che, non sapendo nuotare, muoiono prima di toccare terra.

Sono i “viaggiatori invisibili”, alcune migliaia di bambini e ragazzi dai 13 ai 17 anni che transitano in Italia diretti nei Paesi del Nord Europa. Molti di loro, partiti bambini, arrivano a destinazione quasi adulti, dopo peripezie inimmaginabili. Ad aprire uno squarcio sul fenomeno è la Fondazione Albero della Vita onlus che ha curato il primo dossier sui minori profughi afghani non accompagnati.
Leggendolo, si scopre che nel 2009 sono stati oltre 5.900 i minori afghani che hanno cercato  rifugio in Europa, contro i 3.380 del 2008. Tra i minori richiedenti asilo gli afghani sono i più presenti in tutte le ripartizioni territoriali, con una prevalenza nell’Italia centrale, dalle Marche al Lazio.

A Roma fino a luglio c’era un luogo fisico con tende, accampamenti, ma dopo l’intervento del Comune alcuni adulti sono stati inseriti nei centri d’emergenza. Purtroppo chi non era in regola e soprattutto i minori sono rimasti per strada. Sono ragazzi che trovano mille modi, chiaramente illegali e rischiosi, per raccogliere quattro soldi e pagarsi un altro pezzo di viaggio.

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Il lavoro non profit

Lavoro non profitIl settore non profit manca ancora di formazione e di capacità di selezione i propri dirigenti. Il deficit di leadership è il frutto di due condizioni: le scarse candidature e la domanda in crescita. Si tratta di un’economia da “Alice nel paese delle meraviglie”, in cui tutto è al contrario, dove la causa del deficit è dovuta alle poche candidature e alla forte domanda.
In un mercato normale questa situazione non durerebbe a lungo: come tutti gli studenti di economia sanno bene, la diminuzione dell’offerta e la crescita della domanda farebbero alzare immediatamente i prezzi, facendo aumentare di conseguenza l’offerta. Invece nel non profit la domanda non esercita nessun forza; essa non influisce sull’offerta facendo coercitivo del divieto morale dell’aumento dei prezzi, che genera dei prezzi innaturali. Di conseguenza, non si riesce ad attrarre un numero sufficiente di nuovi operatori, i quali si orientano invece verso il mondo profit, in cui potranno avere quello che vogliono senza dover rinunciare alle proprie aspirazioni.
E’ giusto che le persone in difficoltà continuino a soffrire solo perché non si riesce a soddisfare la domanda? La valorizzazione delle risorse umane di qualsiasi azienda è fondamentale, poiché esse sono uno dei suoi beni più preziosi; nel caso delle aziende non profit, potrebbero essere addirittura l’unico bene.

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Inserimento lavorativo disabili

Sono almeno 400mila i disabili disoccupati in Italia. Un esercito di persone, tenendo conto del fatto che in totale le persone con disabilità in età lavorativa sono 2 milioni e 600mila. Di questi tempi è dura per tutti, si può pensare, ma per i diversamente abili il paradosso è che ci sono almeno 100mila posti nel settore pubblico e privato a loro riservati che rimangono vuoti. Le aziende preferiscono pagare le multe piuttosto che assumerli. Lo strumento principe per l’inserimento lavorativo è il collocamento mirato, istituito dalla legge 68 del 1999.
Oltre i due terzi delle persone con disabilità del nostro Paese sono fuori dal mercato del lavoro, se si considera che gli iscritti al collocamento sono 721.613 e il 54,4% di loro dichiara di essere disposto a rimboccarsi le maniche.
Ma come si giustifica il comportamento delle aziende? I controlli sono carenti e si preferisce correre il rischio. Colpa delle norme? No, perché la legge che regola la materia, la numero 68 del 12 marzo 1999, ha anche ridotto la cosiddetta “quota di riserva”: con la vecchia legge (la 482 del 1968) l’obbligo, ampiamente disatteso, era del 15% dei dipendenti, dieci anni fa è stato portato al 7. Un’azienda spende anche 9mila euro l’anno per pagare l’esonero di un singolo lavoratore, piuttosto che inserirlo. Oltre agli obblighi, la legge stabilisce anche degli incentivi alle imprese, come il Fondo per il diritto al lavoro delle persone con disabilità, del ministero del Welfare: serve per finanziare le convenzioni e nel 2010 era di 42 milioni.
Ma ci sono disabili e disabili: le difficoltà maggiori nella ricerca – e nel mantenimento – di un posto di lavoro le incontrano i disabili psichici. Su di loro c’è il pregiudizio più pesante. L’Organizzazione mondiale della sanità ha stimato che entro il 2020, tra le persone con disabilità, il 50% della popolazione attiva e in cerca di lavoro sarà composto da disabili psichici. E già ora sono quelli con le percentuali di inserimento più basse. In Provincia di Milano nel 2009 sono stati solo l’1,7% del totale degli inseriti al lavoro. Un po’ meglio a Torino, dove secondo la Provincia un decimo degli assunti è un disabile intellettivo o psichiatrico. Come riparare? Si potrebbe partire da un’attività ispettiva più intensa. Ma dal ministero ci rispondo con un desolante “non abbiamo risorse ad hoc.

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Costituire una onlus

Con la circolare n.38 del 1 agosto scorso, l’Agenzia delle entrate ha aperto finalmente le porte dell’iscrizione all’Anagrafe delle onlus per le organizzazioni costituite e/o partecipate dai cosiddetti enti esclusi, in primis enti pubblici e società commerciali. Queste le motivazioni apportate dall’Agenzia per motivare un cambio di rotta così netto rispetto alle direttive del passato. Per quanto riguarda la partecipazione degli enti pubblici, l’Agenzia invoca il principio di sussidiarietà e una risoluzione del Parlamento europeo del febbraio 2009 sull’economia sociale che “nell’invitare i legislatori nazionali a provvedere al riconoscimento dell’economia sociale e dei soggetti che ne fanno parte, ha inteso, fra l’altro, promuovere la creazione di reti di solidarietà attraverso un partenariato attivo tra le autorità locali e le organizzazioni del terzo settore”. Per quanto riguarda le società commerciali si fa invece riferimento a politiche aziendali che rientrano nelle responsabilità sociali.
Restano escluse da questa apertura dell’Agenzia delle entrate le ong: la legge che le disciplina dispone che il riconoscimento di idoneità può essere dato a condizione che le medesime non abbino rapporti di dipendenza da enti con finalità di lucro, né siano collegate in alcun modo agli interessi di enti pubblici o privati, italinai o stranieri aventi scopo di lucro. Resta aperta la questione delle cause pendenti davanti la commissioni tributarie. Per questo nella circolare viene precisato che è preclusa agli enti pubblici e alle società commerciali la possibilità di partecipare in qualunque modo alle ong di cui alla legge 49/1997.

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Volontariato e lavoro

Volontariato e lavoro“Per la carriera professionale il volontariato è un valore aggiunto fondamentale.” Anna Maria Darmanin, vicepresidente di Cese (Comitato economico e sociale europeo, responsabile della comunicazione e membro del gruppo dei Lavoratori ) parla per esperienza. “Sono entrata nel mercato del lavoro anche grazie alla mia esperienza di volontaria: avevo dimostrato cos’ero in grado di fare durante questa mia attività”.

Che tipo di esperienza ha svolto?
All’università ho lavorato come volontaria per il comitato studentesco, che era gestito da volontari. Ho dedicato quel periodo della mia vita allo studio e a far si che noi studenti riuscissimo ad avere ciò che ci spettava. Sono una sindacalista, e posso dire che ho iniziato la mia carriera durante l’università. Per me è stata un’ottima opportunità per imparare un lavoro, anche facendo magari qualche errore, all’inizio.
C’è il rischio che il volontariato si sostituisca al lavoro?
L’obiettivo del volontariato è contribuire allo sviluppo della società, che è un traguardo molto importante. Grazie ad esso, i giovani acquisiscono esperienza. C’è però una linea molto sottile che non dovrebbe essere oltrepassata, altrimenti si finisce nel campo dello sfruttamento. Il volontariato non dovrebbe rimpiazzare il lavoro vero ed essere una scusa per non pagare i lavoratori.
Che messaggio vuole inviare ai giovani che desiderano cominciare a fare volontariato?
Dovrebbero fare qualcosa in cui credono e che per loro sia divertente. Grazie al volontariato ricevi molto più rispetto a quanto dai, come valori, come esperienza, come soddisfazione. E’ qualcosa che porti con te tutta la vita.

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Comunità alloggio minori in crisi

Non c’è più solo il grido d’allarme di Napoli. Anche le comunità di accoglienza per minori del Nord cominciano ad alzare bandiera bianca. Nei comuni della bassa bergamasca, da Treviglio a Caravaggio fino a Romano di Lombardia, il 50% delle strutture sta chiudendo a causa degli insostenibili ritardi, pari a circa sei mesi, nel rimborso delle rette da parte delle amministrazioni.
A Treviglio, il comune più popoloso della zona è rimasta solo una delle due comunità alloggio per adolescenti che rappresentavano un punto di riferimento per tutta la comunità per lo stesso Tribunale dei minori di Brescia, che registra un aumento dei ragazzi in stato di necessità.
La catena delle risorse si è spezzata: la Regione trasferisce sempre meno fondi all’azienda pubblica che, sulla base della legge 328, gestisce il settore sociale nel territorio. Finché resistono, gli educatori lavorano senza stipendio. Gli assistenti sociali sono costretti a temporeggiare. La chiusura di una comunità costringe tutti i giovani ospiti al rientro presso la famiglia d’origine, anche quando la situazione di disagio domestico non è risolta.

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Volontari per un giorno

Volontariato socialeNell’anno europeo del volontariato dal Ciessevi (Csv di Milnao), che ha promosso l’iniziativa con altre realtà, arriva la proposta di partecipare all’iniziativa “Volontari per un giorno”. Un progetto che è anche una campagna di sensibilizzazione a favore della cittadinanza attiva e della coesione sociale. Inserita nelle iniziative dell’anno europeo, “Volontari per un giorno” prevede, nelle quattro settimane di luglio, la possibilità per tutti di provare per un giorno l’esperienza del volontariato. I partecipanti saranno accolti dalle associazioni che avranno dato la loro disponibilità a questo genere di accoglienza dei novelli volontari. Per realizzare questa iniziativa a disposizione, oltre a una segreteria dedicata, anche un sito e una pagina su Facebook. Attraverso questi strumenti sarà possibile far incontrare domanda e offerta. Attraverso sito e segreteria saranno raccolte le offerte di disponibilità delle organizzazioni di volontariato che metteranno a disposizione i propri collaboratori e strutture, mentre i cittadini che intendono partecipare potranno scegliere l’ambito di intervento. All’iniziativa sono invitate a partecipare anche imprese ed enti locali che già attuano o intendono avvicinarsi al volontariato d’impresa.

Per informazioni: www.volontariperungiorno.it

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Educazione sociale

Libertà e gratuità, voler bene ai ragazzi, sperimentare tutti i giorni una passione e una contentezza sorprendenti nell’affascinante compito dell’educazione” così Alberto Bonfanti spiega la ricetta dell’associazione Portofranco onlus, il centro di aiuto allo studio che coinvolge uno staff di 400 persone tra universitari, ex-insegnanti e professionisti, tutti volontari, coordinato da 6 educatori. E dove gli oltre mille studenti che ogni anno affollano la sede di viale Papiniano 58 a Milano hanno trovato una “seconda casa”.

Educazione sociale“”Il recupero delle difficoltà e dei debiti confermano non solo l’efficacia di un metodo didattico” sostiene Bonganti, “ma soprattutto la validità di un modello educativo che valorizza il rapporto individuale tra educatori e giovani”. Nelle aule lavorano, fianco a fianco con gli educatori, adolescenti italiani ed extracomunitari, cattolici e musulmani, ragazzi della buona borghesia e giovani che vengono dalle periferie più turbolente. Con un coinvolgimento personale reciproco che va ben oltre la semplice “ripetizione”. Slogan dell’associazione? “Si può essere felici anche studiando”. E l’impressione, per chi ci entra, è quella di un luogo dove lo studio diventa davvero, per tutti, qualcosa di “bello”.

Requisiti per frequentare il corso? Uno solo: i ragazzi devono essere disponibili a farsi aiutare, cioè mostrare impegno ed essere seri nel frequentare le lezioni. Tutto sta al ragazzo: di fronte alla sua libertà, ci si ferma. Quando un ragazzo arriva da noi, spesso indirizzato dai genitori o dagli insegnanti, facciamo un colloquio iniziale nel quale individuiamo le materie dove ha maggiore bisogno di essere sostenuto. Da lì inizia un percorso, costantemente monitorato, che ci permette di capire se ci sono progressi. Tutti rimangono affascinati quando incontrano qualcuno che è attento al loro destino; questa attenzione fa nascere una nuova responsabilità verso se stessi.

Voci da Portofranco
Matilde, universitaria e tutor: “mi hanno chiesto di seguire con regolarità un ragazzo con difficoltà nell’apprendimento. Ci vuole una pazienza infinita: all’inizio era tutto un “Dai! Dai! Forza!”. Sembrava una fatica inutile. Fino a che un giorno R. mi ha colpito moltissimo. Sono arriva, avevo tutt’altro per la testa: cominciamo a studiare sempre le stesse cose, le stesse espressioni, niente di nuovo rispetto a prima. Ma inaspettatamente R. ha cominciato a trattarmi in modo “simpatico”. Quella volta mi è servita a capire che in fondo anche io avevo il suo stesso bisogno: essere voluta bene nello stesso modo in cui lui sperava che qualcuno potesse volergliene”.

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Casa per disabili

Casa per disabiliSi chiama “Scuola di vita adulta autonoma” ed è un progetto all’avanguardia, in Italia, per condurre i ragazzi con disabilità verso una vita indipendente. Si tratta di una vera e propria casa, nel cuore di Milano in cui persone con disabilità intellettive o relazionali possono muovere, sotto la supervisione di un’equipe di operatori, i primi passi lontano dalla famiglia, testando la propria autonomia e valutando i percorsi possibili nell’immediato futuro. L’esperienza è iniziata grazie a una sinergia tra non profit ed ente pubblico. Il primo passo l’ha fatto il consorzio Sir (Solidarietà in Rete, network composto dalle coop) che ha acquistato con cofinanziamento della Fondazione Cariplo, l’appartamento dove attivare stabilmente la scuola di vita autonoma.

Da novembre 2010, data di apertura, fino ad oggi, sei persone con disabilità hanno vissuto nell’appartamento. Soltanto una di queste ha interrotto il percorso e richiesto il rientro a casa: lo scopo della scuola è, infatti, quello di porre solide basi relazionali ed emotive per un inserimento definitivo fuori dalla famiglia. All’interno della casa opera un team che copre le notti e valuta la capacità di autonomia degli ospiti: da lavarsi da soli al gestire tempo libero e spazi in comune, fino alla capacità di uscire, utilizzare i mezzi pubblici, recarsi nei luoghi di lavoro o di formazione.
Altro aspetto strategico, per la buona riuscita dell’esperienza, è la composizione del gruppo e la buona collaborazione della famiglia. L’emancipazione è un gioco di squadra, in cui i genitori supportano gli operatori a comprendere punti di forza e risorse, fragilità e spigoli da smussare.

Attualmente è l’assessorato alla Salute di Milano a finanziare la residenzialità nella scuola, attraverso una copertura economica giornaliera di 50 euro per ogni disabile inserito; le famiglie concorrono al supporto con una quota di 10 euro al giorno.

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